La sostenibilità degli investimenti non si esaurisce nei parametri ambientali, sociali e di governance. Sempre più spesso, il confronto riguarda anche ciò che un’impresa produce e l’impatto che i suoi prodotti possono avere sulla società, sull’ambiente e sulla vita delle persone.
Un articolo di qualche mese di Guglielmo Gallone, pubblicato su
Vatican News, richiama l’attenzione su una contraddizione che interessa il mondo della finanza sostenibile: fondi classificati come ESG possono avere un’esposizione significativa verso aziende attive nel settore della difesa. Secondo i dati riportati nell’articolo, l’esposizione media ai titoli della difesa nei fondi azionari europei classificati ESG sarebbe passata dallo 0,6% nel 2022 al 2,5% nel 2025. La questione non riguarda quindi soltanto la definizione tecnica di sostenibilità, ma il rapporto tra criteri finanziari e conseguenze concrete delle attività economiche finanziate.
Quando ESG e valori non coincidono
I criteri ESG sono nati per valutare le modalità con cui le imprese gestiscono le proprie attività sotto il profilo ambientale, sociale e della governance. Questo approccio può tuttavia lasciare aperta una questione:
è sufficiente che un’impresa rispetti determinati standard di gestione per essere considerata coerente con qualsiasi mandato di investimento responsabile, indipendentemente da ciò che produce?
È proprio su questo punto che emerge la distinzione tra una valutazione generale della sostenibilità e un approccio
faith-based o mission-oriented, nel quale i criteri di investimento vengono definiti anche a partire da principi etici e valoriali.
L’articolo di
Vatican News evidenzia come la normativa europea sulla finanza sostenibile non escluda in generale le aziende della difesa dalle categorie dei fondi sostenibili, con alcune eccezioni relative alle armi vietate dal diritto internazionale. Ne deriva che la presenza di società del comparto della difesa nei portafogli ESG non costituisce necessariamente una contraddizione dal punto di vista della classificazione normativa. La questione diventa invece più articolata quando l’investitore applica criteri ulteriori, legati alla propria missione e ai propri valori.
Per un investitore faith-based, dunque, la domanda non è soltanto
“come si comporta questa azienda?”, ma anche
“che cosa contribuisce a realizzare il mio investimento?”
Il capitale non è neutrale
Ogni investimento implica una scelta di allocazione del capitale. Significa decidere quali attività economiche sostenere, quali rischi assumere e quali prospettive di sviluppo contribuire a finanziare.
Questa dimensione assume un significato particolare per gli investitori istituzionali che hanno una missione esplicita. Per essi, la responsabilità fiduciaria non può essere considerata separatamente dalla responsabilità verso le persone e le comunità che costituiscono il riferimento ultimo della loro missione.
In questa prospettiva, la finanza può diventare uno strumento attraverso cui tradurre i valori in comportamenti concreti: attraverso criteri di esclusione, selezione e integrazione dei fattori ESG, ma anche attraverso il
dialogo con le imprese, l’esercizio dei diritti di voto e le iniziative collettive di engagement.
È un passaggio importante: non limitarsi a stabilire dove non investire, ma interrogarsi su
come utilizzare il capitale e la posizione di investitore per favorire cambiamenti coerenti con i propri principi.
Dalla difesa alle nuove tecnologie militari
Il dibattito assume oggi una dimensione ulteriore con l’evoluzione tecnologica dei sistemi d’arma.
L’intelligenza artificiale e l’automazione stanno trasformando anche il settore della difesa, introducendo sistemi capaci di identificare, selezionare e colpire obiettivi con livelli crescenti di autonomia. Si apre così una questione che riguarda non soltanto la tecnologia, ma il rapporto tra innovazione, responsabilità umana e dignità della persona.
È in questo contesto che il
CIID ha aderito alla coalizione Stop Killer Robots, sottoscrivendo l’Investor Statement promosso dalla campagna e sostenendo la necessità di una regolamentazione internazionale dei sistemi d’arma autonomi.
L’iniziativa coinvolge investitori istituzionali che chiedono un quadro internazionale vincolante capace di assicurare che le decisioni sull’impiego della forza e sulla vita delle persone rimangano sotto un controllo umano effettivo.
Per il CIID, questa scelta si inserisce nel proprio approccio alla
Faith-Consistent Investing: l’investimento responsabile non riguarda soltanto il rendimento finanziario o la gestione dei rischi, ma anche la coerenza tra il capitale amministrato e i valori che orientano la missione degli investitori.
Dalla scelta individuale all’azione collettiva
Il caso dei sistemi d’arma autonomi mostra anche un’altra caratteristica dell’engagement: alcune questioni sono troppo complesse per essere affrontate efficacemente da un singolo investitore.
La collaborazione tra investitori può aumentare la capacità di dialogare con le imprese, portare temi emergenti all’attenzione del mercato e contribuire alla definizione di standard e regole condivise.
È una logica particolarmente rilevante per il CIID, che riunisce investitori istituzionali
faith-based e mission-oriented e nasce con l’obiettivo di favorire il dialogo e mettere in comune competenze, esperienze e capacità di engagement.
L’adesione a Stop Killer Robots rappresenta, in questo senso, un esempio concreto di come una posizione valoriale possa tradursi in un’azione collettiva nel mercato e nel confronto con le istituzioni.
Investire per la pace
Il tema della sostenibilità applicata agli investimenti nella difesa porta quindi a una riflessione più ampia:
quali condizioni deve rispettare un investimento per essere davvero coerente con la missione di chi lo effettua?
Non esiste una risposta unica per tutti gli investitori. Le diverse tradizioni religiose e i diversi mandati istituzionali possono portare a criteri differenti. Proprio per questo, il confronto tra investitori e la definizione trasparente dei criteri assumono un ruolo centrale.
Per un network come il CIID, la sfida consiste nel trasformare questo confronto in pratiche concrete: criteri condivisi, capacità di analisi, dialogo con le imprese, collaborazione tra investitori e iniziative di engagement.
In questa prospettiva, la finanza non è soltanto uno strumento per allocare risorse. Può diventare anche uno spazio di responsabilità e di dialogo, nel quale interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte e sul tipo di economia e di società che quelle scelte contribuiscono a costruire.
La domanda posta dal dibattito sulla finanza sostenibile e sull’industria della difesa resta quindi aperta, ma è tutt’altro che astratta:
non solo dove investiamo, ma quale futuro contribuiamo a finanziare attraverso i nostri investimenti?